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Faccio un respiro profondo, per farmi coraggio. Metto la mia maschera. Non è così male, dopotutto, farà il lavoro di nascondere la mia angoscia e il mio sgomento. Guardo questo strano edificio. Lo conosco bene, ci ho vissuto accanto per circa dieci anni. Ci incontravamo davanti con i nostri amici del paese. Lo conosco senza conoscerlo veramente, questo edificio. Dall’esterno sembra abbastanza normale, quasi accogliente. E non mi ero mai posta delle domande. Non ero preoccupata. Oggi lo guardo in modo diverso. Lo contemplo, perplessa. So cosa ci troverò dentro. Un luogo fuori dal tempo. Un luogo fuori dalla società. Dove parcheggiamo tutti quelli che non vogliamo più, tutti quelli che non sono più utili. Tutti quelli che ci disturbano. Tutti quelli che amiamo tanto. Tutti quelli che non riconosciamo più. Tutti quelli che non ci riconoscono più. È un luogo dove aleggia la morte, più di quanto osiamo immaginare. Un luogo dove la parola disperazione assume tutto il suo significato. Un luogo dove comprendiamo la definizione di angoscia. La viviamo, in questo luogo dove la morte aleggia, la viviamo pienamente, e più forte che mai. Ci abita, ci trafigge, ci perseguita.

Anche se voglio scappare, fare lo sprint del secolo, anche se voglio andare ovunque, per favore, ovunque ma qui, armata della mia maschera, della mia scatolina di cartone ben avvolta nel nastro, contenente un Paris-Brest e un éclair al caffè – i preferiti di mio nonno – e il piccolo coraggio che mi ha dato la mia ispirazione, entro, entro in questo edificio, sapendo che non sarò più la stessa quando uscirò.

Due porte consecutive. Come se avessimo bisogno di una piccola pausa, per prepararci a ciò che ci aspettava. Come se ci dicesse: “Siete sicuri di voi stessi adesso? Potete ancora tornare indietro!

Ma passo attraverso la seconda porta, quasi determinata.

– Salve, sono venuta a trovare mio nonno!

Scuoto il mio fagottino, il mio fagottino con un piccolo pezzo, un piccolo assaggio dell’esterno. Lo tengo stretto, come se qualcuno volesse rubarmelo. Come se qualcuno volesse prendere il mio piccolo pezzo. Mi ci aggrappo per non perderlo, come se perderlo significasse tagliare ogni contatto con la civiltà.

Mi viene presa la temperatura e mi viene chiesto di compilare il registro, di spuntare una casella che dice che non ho sintomi di Covid. E improvvisamente sono piena di un’enorme responsabilità. Attraversa tutto il mio corpo. Si precipita in ogni angolo del mio essere. Qualche mese fa, il Covid ha portato scompiglio in questo posto, ed è per questo che mio nonno aveva spazio.

Una volta firmato il registro, l’infermiera mi mostra dove devo andare e io giro la testa verso l’ascensore. Mi porterà da mio nonno.

Vado avanti e finalmente li vedo, tutti quelli che ci disturbano, sono lì, non ne manca uno. Sono lì, sulle loro poltrone, o sulle loro sedie a rotelle. Le loro teste sono leggermente inclinate, il loro sguardo nel vuoto. Alcuni di loro stanno parlando tra di loro, ma non capisco bene cosa stiano dicendo. Forse non ha senso. Forse perché non riesco a sentire altro che rumori ovattati. Cammino ancora, per raggiungere l’ascensore, e la sensazione di disagio inizia a prendere il sopravvento. Mi imbarazzano. Mi imbarazzano. Mi disturbano.

E poi dal nulla, una signora anziana, ma non così vecchia, non abbastanza comunque, tutta vestita, una valigia in mano, il marito poco distante, mi taglia la strada nel mio attraversamento dell’estremo:

– Besançon è da queste parti? Ieri siamo stati a Nantes. Ci piacerebbe andare a Besançon!

Me lo chiede indicando l’uscita, il suo aplomb mi disturba, voglio crederle. Scelgo di crederle. Mi sta bene. Mi fissa, aspettando che io confermi il suo prossimo passo. Ma non so cosa dirle, mi prende alla sprovvista, questa signora non tanto vecchia. E mi torna in mente che mia madre mi aveva parlato di questa “coppia viaggiante”, come la chiama lei. Immagino la vita di questa coppia non tanto vecchia. Li immagino in giro per il mondo, con la loro piccola valigia. Avrei tante cose da chiedere loro. Avrebbero avuto tante storie da raccontarmi. Ma non possono, non possono più. Cerco di mettere le cose in prospettiva, alla fine, la malattia li ha intrappolati nella più bella avventura. Alla fine, forse non è così male. Cerco una via d’uscita. Lasciami una via d’uscita.

Balbetto qualche parola, appena udibile, non so nemmeno cosa sto dicendo. So solo che non posso dirgli la verità.

Sì, Besançon è da quella parte. Ma lei non ci andrà. E se le indicassi il posto giusto, e lei riuscisse finalmente a uscire, a scappare, a finire il suo viaggio, a vivere i suoi sogni?

Vedo l’elicottero passare sopra le nostre teste, fermarsi, vedo la luce che ci acceca, nascondendo i nostri occhi con le mani – no, non è noi che stanno cercando, vedo l’elicottero allontanarsi, e continuare la sua ricerca.

– Un altro pazzo che è scappato dal manicomio!

Ci eravamo abituati.

– O un prigioniero che è scappato.

Tutti ci siamo guardati alle spalle con preoccupazione, nessuno. Uff.

Oggi, ho dato un volto alle persone cercate dall’elicottero. Oggi, sono stata spinta al muro. Oggi, tutto ha perso la sua leggerezza.

Finalmente raggiungo l’ascensore, premo il pulsante, lo premo di nuovo, sempre più velocemente. Velocemente, velocemente. Presto!

Si apre, mi precipito dentro e premo 2. Finalmente sola. Mentre le porte si chiudono, una vecchia signora salta dalla sedia e grida “fatemi entrare, fatemi entrare”. Mi implora, ma mi trovo impotente, le porte sono quasi chiuse. L’ascensore sale e la sento ancora implorare “fammi entrare, fammi entrare”.

L’ascensore sale.

Al primo piano, posso ancora sentirla. “Fatemi entrare!”

Secondo piano. Niente di più.

Uff, è finita. Almeno per me.

Ho paura di uscire.

Ma non ho scelta, le porte si aprono. Mi trovo faccia a faccia con i residenti, tranquillamente seduti sulle poltrone.

Una vecchia signora mi fissa. I suoi occhi sono pieni di rimprovero.

– Finalmente qualcuno! Sono ore che aspettiamo! Non sappiamo nemmeno cosa stiamo aspettando, e tu?

Balbetto ancora qualche parola. Non posso più parlare. Questi vecchi mi interrompono sempre. Non riesco a pensare a una risposta a questa domanda. Non è possibile. Non è sopportabile.

Mi guardo intorno, voglio scappare. Cerco la stanza di mio nonno. Mi perdo. Vorrei trovare anch’io qualcuno. Qualcuno che magari mi abbracciasse, mi rassicurasse. Qualcuno su cui potessi riposare. Qualcuno che ha una spalla su cui piangere.

Vedo un lungo corridoio, mi dice che la stanza di mio nonno è in fondo. Lo percorro di corsa. Non vedo l’ora di trovarlo.

A destra della porta, i loro nomi su targhette. Come se fossero sempre stati lì. Come se fosse ovvio che quella era la loro stanza, il loro luogo di residenza. Mi fa bene leggere i loro nomi. Mi è familiare.

Busso alla porta, la apro lentamente e mi precipito dentro…

– Nonno, sono io!

Scuoto freneticamente il mio piccolo dolce dall’esterno, in modo che possa assaggiarlo:

– Guarda, ti ho portato un Paris-Brest!

 

🇮🇹 Traduzione : Fabio Deriu

© Gala Avanzi · 2020 · Reproduction interdite

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